Obbedienza e ribellione

 

Ribellarsi è giusto?

Questo è il titolo con cui Il Venerdì di Repubblica pubblicato oggi affronta il disagio che in Italia ha riempito le piazze con gli studenti che protestavano contro la riforma Gelmini e con quel grido “Se non ora, quando?” con cui molte donne (e non solo) hanno urlato la loro rabbia. Le rivolte che stanno sconvolgendo il Maghreb ovviamente allargano la portata della domanda proposta dal settimanale, superando il limite imposto alla questione dagli avvenimenti italiani e dando nuovi spunti alla discussione.

La risposta a questa domanda dipende, come sottolineato da Gianrico Carofiglio nel suo recente “La manomissione delle parole”, dal significato che si vuol dare al termine “ribellione”: esso può essere inteso come atto di violenza o guerriglia, ma anche quale contrario di remissività e rassegnazione. In questa seconda accezione disobbedire diventa un modo per non rassegnarsi alle storture delle nostre società e, ben lontani dal senso più violento della parola, la rivoluzione diventa un moto dell’anima che cerca di mettere fine alle ingiustizie, anche se questo significa andar contro alla disciplina ed alla “normalità” delle cose.

Sempre attualissimo il messaggio di Don Lorenzo Milani che affrontava la questione proprio partendo dal significato da dare al termine “obbedienza” in rapporto a “ribellione”:

Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni […], una guerra di evidenti aggressioni, l’ordine di un ufficiale ribelle al popolo sovrano, le repressioni di manifestazioni popolari?

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